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domenica 29 marzo 2015

In balia.

Grazie, di cuore, a chi mi ha inviato questa immagine e ispirato questo post.

Ci metto ore a finire le mie tazze di te, mentre sfoglio, studio e scarabocchio libri di lingue, di fotografia, di grandi autori che parlano di terre straniere e piccoli scrittori locali di cui tutti si sono dimenticati, scrittori i cui libri non vanno nemmeno più in ristampa, da decenni. L'unico modo per scovarli è cercarli come aghi nel pagliaio di qualche mercatino dell'usato, trovandoli con gli angoli consumati, la pagine ingiallite e un fascino tutto loro, d'oro. Nelle sere vuote guardo film che raccontano storie leggendarie di genti e lande lontane, sempre avvolta in una coperta col micio sulla pancia e la mia immancabile tazza di te. Ho smesso di farmi di ogni altra cosa, incluso il caffè. Mi rigava lo stomaco e come una sorta di passaggio, ho abbandonato quello come molti dei vecchi nodi con tempi passati.

Manco da molto. Forse nel passaggio ho voltato le spalle anche alla poetessa che c'era in me. Ho voltato le spalle ad alcune vecchie abitudini. Ho voltato le spalle anche a vecchie spalle e vecchie scuse su cui usavo appoggiarmi. Da un annetto sto attraversando una fase di cambiamento esponenziale, la cosa che mi rende felice è che la metamorfosi è evidente a (quasi) tutti, la cosa che mi rende triste è che è un po' meno visibile a chi indossa vecchi occhiali con vecchie immagini stampate sulle lenti. Ma non si può costringere la vista alla pigrizia di chi non vuole guardare.

Nel frattempo io sono stata plasmata non tanto dalle terre attraverso cui ho viaggiato, ma dal senso di impotenza che ne è derivato. Davanti all'evidenza di quanto ci sia da vedere, capire, studiare, imparare e assorbire sono rimasta spiazzata e mi sono sentita piccola piccola. La cosa che non scrivo nell'altro blog, quello in cui imprimo impressioni e aneddoti dei miei viaggi, è che ci sono stati tanti momenti in cui mi sono sentita ferita dalla mia ignoranza. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita sola e in cui ho pensato che mi mancava avere il culo al sicuro sotto il tetto di casa. Ci sono stati momenti in cui mi sono rimproverata di non aver fatto abbastanza e momenti in cui non ho capito una parola di quello che mi si diceva e ho annuito fingendo di capire e sentendomi una stupida. Ora comunque lo so, che sono momenti normali, grigi e pesanti ma umani, che spettano a ogni viaggiatore, e che alla fine sono proprio quelli, i momenti che mi hanno davvero insegnato qualcosa. Sono stata là fuori a vedere con i miei occhi e sentire addosso che io non so assolutamente nulla. Ora posso dirlo, che le biblioteche, le cineteche, la musica, il teatro sono il nostro girello. Nei nostri primi passi di infanti possono sorreggerci e darci un'idea della prospettiva che avremo, da più in alto, una volta imparato a camminare da soli. Abbiamo bisogno di una buona base per il lavoro che dobbiamo fare su noi stessi e per lavorare sul nostro personale punto di vista sulle cose. E' indispensabile. Ora ho imparato a studiare con fame e gusto, per il piacere intenso di non lasciarmi cogliere impreparata. E ho imparato a smettere di avere la superficialità di credere che leggerne mi toglierà la sorpresa, perchè tra lettere sulla carta (o immagini su di una pellicola), e il vento che spara a raffica sabbia negli occhi, la pelle secca per l'aria rarefatta, il gelo di un'acqua oceanica, i colori e profumi (e le puzze) di un mercato, i visi delle genti provate dalla storia e il fiato che manca, il fisico che arranca e la commozione che poi spunta...no, non c'è paragone.

Acqua piovana, acqua di fonte, acqua di doccia congelata, acqua salata, vino in cartone, champagne di alto livello, spritz della domenica, sangria, succo di frutti maturi africani appena colti, tè alla menta marocchino, succo d'Egitto al mandarino, granita siciliana, birra artigianale del Lesotho che sa di fermento, sugo di polpo gallego, sangue di capra, whisky invecchiati, acqua marrone di cascata, piscio, olio fritto e puzzolente, fango melmoso, sudore, cioccolata calda, lacrime, lava, vasellina, miele, marmellata, linfa d'albero, gomma liquida, mosto, cidro, petrolio, latte, vernice, oro colato.
Sono un secchio vuoto che ha perso la presunzione di ritenere giusta la selezione in entrata. Ogni liquido prende la forma del suo contenitore, lo arricchisce di un valore e lo fa pesare qualcosa più di un semplice secchio vuoto. Ogni liquido. Il valore di un misero secchio di legno consumato non è oggettivo e universale, ma dipende da ciò che contiene e vale per la cultura da cui proviene. E io mi ci prostro, presto me stessa al valore che il popolo che visito ha da dare. Io sono un secchio vuoto e senza coperchio, a volte dritto, a volte capovolto, a volte capottato. Questo sono. In balia.


La mia vita procede tra fasi di euforia e down di totale apatia, con la solita irrequietudine, con il solito bisogno di date di scadenza per sconfiggere la noia, con la solita paura di impegnarmi troppo e il senso di colpa per non farlo mai abbastanza, con l'entusiasmo passeggero e iridescente, le pupille dilatate e l'incostanza permanente, con il sorriso inesauribile di chi non ha visto mai la cattiveria, con il recesso di chi ha scelto di non scendere a compromessi, con la testa sempre da un'altra parte del mondo, con freschi piccoli germogli di passioni da coltivare con perseveranza e con l'insensibilità di chi sa piangere solo per un tramonto che muore e non per le disgrazie umane urlate alla tv.



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