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mercoledì 28 maggio 2014

Non ricordo, se fosse affetto in difetto, lo strano effetto che mi aveva fatto, non ricordo affatto. Perfetto!

Ok, ehm.
I surrender. 

Se i mezzi non scendono dal cielo, le possibilità si riducono alle fantasie stimolate da pelle nuda su lenzuola pulite. Non sono più capace nemmeno di sacrilegi. 6 candele accese una sull'altra, cerchio a sei punte, silenzio e mantra non fluiscono più. Se attingi troppo spesso, le risorse si esauriscono. Il fiume scorre lento, ma scava. Il fuoco brucia lento, ma scioglie. E la cera concessami l'ho già sciolta tutta nei mesi scorsi spandendola dentro l'aria viziata sopra il comodino.
C'è una voce discografica che mi emoziona. E c'è un'altra voce, che non conosco, che mi incuriosisce e mi emoziona anche di più. Però si, mi arrendo. Adesso lo dico. Ho così bisogno di innamorarmi che non distinguo più il reale dalla fantasia, il possibile dall'utopia, il sentimento dalla melanconia. Non sono in grado di comprendere la differenza tra un'affetto desiderato ma negato e un affetto che non è mai esistito, nei gesti, durante e dopo una scopata contro un muro fonoassorbente. Perchè è quello che è stato. Non ricordo, che fosse affetto in difetto, lo strano effetto che mi aveva fatto, non ricordo affatto. Perfetto. Perfetto! Si, la smetto.

Dai. Mi fa male la pancia. La smetto perchè è una situazione assurda in cui protagonista e antagonista coincidono. Sempre io, egocentrica sfigata. 

L'orologio che guardo io segna i minuti trascorsi, non l'ora. Non ha lancette. Ha numeri. Numeri su cui mi permetto conclusioni. Mi permetto conclusioni senza conoscere, creo illusioni, arcobaleni di speranza, flussi di serotonina che non trova condivisione, elenchi infiniti qui, che ci scrivo solo quando ho qualcosa da dire a qualcuno ma non ho il coraggio di farlo e allora spero che passi a leggere. 

Si, non lo conosco affatto. Eppure mi piace. 
So che se lo conoscessi un filo di più, non potrebbe succedergli altro che finire per piacermi di più. Io lo so fin troppo bene cosa mi piace, e lo capisco subito, da lontano. Non ho dubbi sulla mia capacità di percepire. Sono pur sempre una strega, e non dico per dire.

Comunque io abbandono il campo. Ho giocato poche delle mie carte, ma il tavolo da gioco è minuscolo e le mie carte non hanno le ali. Se l'avversario non solo non chiama "vedo" ma nemmeno si accorge di giocare, tanto vale la ritirata, quanto è vero che l'onore di preda femmina ce l'ho ancora. Giocarle bene stavolta significa lasciare il tavolo, senza tanto bleffarci intorno.


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