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mercoledì 30 ottobre 2013

Di pancia.



Quella che ero è partita ed è rimasta là, si scioglierà al sole e i resti verranno smarriti pezzo per pezzo nelle campagne da soffi di vento. Quelle vigne devono essere così ricche per questo, si nutrono di vecchie anime, di quelle che il cammino separa dai corpi attaccati al materiale e all'inutile che per forza rimangono là, chi se lo riporterebbe a casa tale ridicolo peso? Quella che ora è tornata è un'altra persona. Ma non se n'è accorto nessuno, perfetto travestimento, indisturbata. Shhhh.

Torni alleggerito, e ti senti ricco, pieno stracolmo traboccante di mancanze, di tutto quello che riempiva tanta semplicità. Di quella vita semplice, fatta di albe nebbie e frescori mattutini, di gratitudine per una colazione, sudore, fatica, l'immensa gioia di un pasto, per una panchina, un muretto, un grappolo d'uva che pende sul tuo sentiero, per la discesa dopo una salita, o una freccia gialla dopo l'altra, un ruscello che scroscia, la ricchezza di un incontro, la condivisione, l'umanità, il rispetto, la solitudine, il silenzio, storia, spiritualità, impermanenza, calzini sudati, il bucato a mano con l'acqua fredda, le pastasciutte da dieci persone, il tuo passo, l'assenza di competitività, il ritrovo con una fede dimenticata, zaini buttati per terra, piedi scalzi su foglie secche, per terra, terra. E acqua, vento, luce, e verde, verdissimo. E pioggia, dappertutto, pioggia nelle mutande, rivoli sulla schiena, fra i seni, vestiti zuppi di acqua, impazienza, sconforto, soddisfazione. Immensa soddisfazione, tanta da piangerne, quando la vedi, la cattedrale, davanti a te che nemmeno ci credi, nemmeno te lo spieghi perchè piangi come una bambina. Forte, fragile, minuscola, invincibile, impotente.

Piangi di gioia, ma non realizzi. E' come se stessi buttando fuori tutto quel poco vecchio di te che ancora nonostante i giorni di cammino non riusciva ad uscire. Sei lì in mezzo a mille persone, con i tuoi compagni di viaggio, conosciuti durante il viaggio, al tuo fianco, da sconosciuti ad amici di una vita, e alzi il naso al cielo sotto quell'incessante pioggia, e ripensi a tutti i sentieri e i sassi e l'asfalto e i lastricati e le antiche pietre romane e la terra e l'acqua e le rocce e le foglie che hai calpestato, a quanti corridoi di vigne alberi case porticati monti ti hanno regalato la loro ombra, a quanti pezzi di cielo e nuvole sei passata sotto indisturbata e a quante migliaia di passi hai fatto uno dopo l'altro. E che i piedi ti hanno fatto incessantemente e costantemente male te lo dimentichi in un istante. Rimane solo la gioia, la serenità, la pienezza di un'emozione totalmente nuova. Una piazza piena di gente, bagnata fradicia col suo zaino in spalla, segnata dal tempo e riportata al suo aspetto umano, naturale, vero, gente come te, pellegrini, una piazza che è solo tua, è la tua conquista, è la tua purezza. Sei lì steso per terra "e chissenefrega, voglio sentire questa piazza sulla pelle, guardare con gli occhi sbarrati il cielo che c'è qua sopra, voglio la stessa prospettiva delle migliaia di vite salvate prima della mia".

Ti accorgi di quante cose hai fortunatamente abbandonato a casa, quanti pensieri inutili hai finalmente trascurato, di quanto sei capace e non credevi. Ti accorgi che non abbiamo bisogno della maggior parte delle cose che possediamo, in cui crediamo, per cui ci agitiamo e corriamo come matti tutto il giorno. Ti rendi conto di quanto la lentezza sia da apprezzare, quanto la semplicità sia fondamentale, quanto nulla al di fuori del necessario abbia ragione di esistere, di quanta bellezza trascuriamo e non vediamo ossessionati deviati offuscati dalle nostre buone intenzioni, sempre oltre, più avanti, da un'altra parte, in altre condizioni, in un'altra ipotetica utopica vita. Ma intorno a noi mai, non ci guardiamo mai, perchè sarebbe troppo semplice. Ed è lì, tutto il nostro sbaglio, tutta la nostra infelicità. E' nel guardare sempre oltre, invece che vicino a noi.

Non ci puoi più tornare indietro. Non da quel posto lì.


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