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domenica 15 agosto 2010

Ecco. Adesso sono triste.

Perchè con il mio fedele ipod e il mio Piccola Biblioteca n°474, il mio borsone con le melette colorate comprato a Montmartre per 10euro sono salita su un treno e poi su un'altro e dopo 6 ore di paesaggi in scorrimento come pellicole da cinema, ero di nuovo a casa. Casa, quella vera, che sarà sempre Casa. Un fuga di 3 giorni che è già finita. Venerdi sera-lunedi mattina. Volata, troppo veloce, malinconicamente già lontana. Ogni volta che parto da Perugia per tornare qui, mi sembra cosi semplice lasciarmi alle spalle tutto quello che ho là. Sembra subito un'altra vita, diventa subito cosi lontana, cosi nebbiosa, confusa. Dimentico i particolari, scordo le abitudini, rimane là, non mi segue. E mi aspetta, ferma, immobile, come l'ho lasciata. Cesare non è vero che gira gira e non si ferma mai ad aspettare.
E quì invece, a Casa, che nulla aspetta. I mobili girano, spuntano stufe in maiolica e nuovi alberi in giardino, gli amici cambiano compagnie, si fidanzano, si allontanano.
L'altra sera un'amica ha chiamato la mia presenza qui come "la mia vecchia vita". Ci ho riso su, poi mi ha fatto pensare. E' vero.
La mia nuova vita è a Perugia, ma la mia casa è ancora qui. E' questo che non torna. La mia casa è ancora qui. C'è il sole e la solita veneta umidità fuori, entra dalla finestra socchiusa del salotto, sono sola, apro il frigo e mi taglio un po' d'anguria, cucino un plumcake per la colazione, stendo una lavatrice per aiutare mamma che torna tardi. Non è cambiato nulla. Sembra io non sia mai partita.
E invece.
Ho appena salutato mamma, sto per comprare il biglietto per tornare giù, sento su Skype il mio Ime che sta a casa, quella giù, la nostra. Saluto il mio micio bianco via webcam, tengo in braccio il mio micio nero, qui.

Ed ecco, sono triste. Ma tanto.
Tanto.

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E non mi piace sto post. Non è da me, sto post.

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