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mercoledì 5 agosto 2015

Brain for breakfast.

E' il periodo dell'apoteosi della routine. La colpa è di come io spesso so impigrirmi a livelli patologici e di una buona stella, la mia, che s'è presa le ferie e per ora è dall'altra parte dell'universo e non accenna a rientrare. Tornerà. Leggo l'oroscopo quasi tutte le mattine in cerca di barlumi, e questo significa solo una cosa: che ho del tempo da perdere.

Tra il muesli, le vitamine e il caffè al gingseng poi la mattina penso spesso anche ad un'altra cosa. Penso che leggevo anche il suo, di oroscopo, e invece adesso non lo faccio più. Mi sono promessa che non lo farò più, me lo sono imposta con la forza. Penso a questo altro ennesimo sfigato che è passato come una meteora, placo la delusione e litigo con la mia curiosità. Dopo aver alzato gli occhi al cielo per la meraviglia e aperto la bocca per lo stupore, mi sono lasciata pure accecare. Chissà dov'è che sparisce, una meteora, dopo la sua mezzora di gloria. Fatto sta che è sparita, che non sono stata io a liquidarla e che a questo non sono abituata. Bel tonfo. Mentre sciolgo la bustina di magnesio e il cucchiaino fa din din nel bicchiere, fisso il vuoto dentro alle righe della tovaglia e immagino me che con il cucchiaino mi svuoto piano il cervello, a piccoli pezzi, scavando fuori ogni remota voglia di lui.
Comunque, non funziona.

Ai ragazzini viziati piacciono solo i giochi appena scartati che sanno ancora di plastica. Non appena lui mi si è spalmato addosso e i nostri odori si sono poco poco mescolati, io ho smesso di profumare di fabbrica e ho iniziato a profumare di lui. Forse sentire il suo odore addosso a me non gli è piaciuto. Forse il suo odore addosso a me mi faceva puzzare di vecchio e consumato. Così sono finita nella cesta dei giochi che non divertono più, senza forse.
Convivono in me due consapevolezze che non hanno áncora e galleggiano, galleggiano, e fluttuano lì e ogni tanto un'onda me le spinge dentro agli occhi e io li vedo come fossero veri, quei pomeriggi passati a ridere che sarebbero stati splendidi, e quelle scopate da porci con le ali che fare i 16enni con l'esperienza dei 30 anni quanto gusto ci avrebbe dato. Poi il flusso della corrente e le maree li riportano a largo, e vedo il male che avrei sofferto, stando accanto ad un uomo che è sbagliato. Sbagliato per tutte, non solo per me. Sbagliato e basta.

Il dramma è che io non amo col cuore, amo col cervello, e dal cervello è ancora più difficile sradicare. Ma il cucchiaino scavatore è al lavoro. Lì che ravana instancabile.


 Stavolta mi ero detta addirittura "Magari in autunno non parto, magari." Pensa tu com'ero messa.



venerdì 26 giugno 2015

Che siamo tutte cortigiane.

Che siamo tutte cortigiane, solo che alcune si prendono il rischio di giocare a carte scoperte e altre invece indossano in pubblico la maschera di un pudore che in realtà non hanno. Son le principesse a non dormire per colpa di un pisello, ma io son quella che mangia con le mani, lecca le dita e si alza la gonna per lavare i piedi scalzi nei fiumi. Non c'è nobiltà in me, se non forse quella d'animo.

Che se uno ha impegni imprescindibili, l'altro non ha capito un cazzo e il terzo si rotola nei propri drammi perchè ne ha dipendenza, la qui presente cortigiana non sprecherà nemmeno più un accenno di carezze con la bocca. Io di me concedo tutto, comprese poi le seconde occasioni, lo sciolgo come cera sul fuoco il mio orgoglio e lo do da bere ancora caldo al mio assassino mentre lui assapora il piacere di sentirsi cercato.

Ma terze occasioni mai. Che se uno vuole una terza occasione, se la vuole davvero, deve prima chiedersi se valga la pena di disturbarmi la serata, e poi deve venire a prendersela con la forza e beccarsi pure un vaffanculo.
Poi forse mi riaddolcisco.



giovedì 4 giugno 2015

Sottili linee di baci dal mento all'ombelico.



Sulle mie ferite c'è ancora spazio per dell'altro sale. E non mi tiro indietro finchè non ne avrò addosso, perchè zucchero e sale da lontano non si distinguono e a me piace concedermi il beneficio del dubbio, col prosciutto sugli occhi fino a dimostrazione spietata e inconfutabile.

domenica 29 marzo 2015

In balia.

Grazie, di cuore, a chi mi ha inviato questa immagine e ispirato questo post.

Ci metto ore a finire le mie tazze di te, mentre sfoglio, studio e scarabocchio libri di lingue, di fotografia, di grandi autori che parlano di terre straniere e piccoli scrittori locali di cui tutti si sono dimenticati, scrittori i cui libri non vanno nemmeno più in ristampa, da decenni. L'unico modo per scovarli è cercarli come aghi nel pagliaio di qualche mercatino dell'usato, trovandoli con gli angoli consumati, la pagine ingiallite e un fascino tutto loro, d'oro. Nelle sere vuote guardo film che raccontano storie leggendarie di genti e lande lontane, sempre avvolta in una coperta col micio sulla pancia e la mia immancabile tazza di te. Ho smesso di farmi di ogni altra cosa, incluso il caffè. Mi rigava lo stomaco e come una sorta di passaggio, ho abbandonato quello come molti dei vecchi nodi con tempi passati.

Manco da molto. Forse nel passaggio ho voltato le spalle anche alla poetessa che c'era in me. Ho voltato le spalle ad alcune vecchie abitudini. Ho voltato le spalle anche a vecchie spalle e vecchie scuse su cui usavo appoggiarmi. Da un annetto sto attraversando una fase di cambiamento esponenziale, la cosa che mi rende felice è che la metamorfosi è evidente a (quasi) tutti, la cosa che mi rende triste è che è un po' meno visibile a chi indossa vecchi occhiali con vecchie immagini stampate sulle lenti. Ma non si può costringere la vista alla pigrizia di chi non vuole guardare.

Nel frattempo io sono stata plasmata non tanto dalle terre attraverso cui ho viaggiato, ma dal senso di impotenza che ne è derivato. Davanti all'evidenza di quanto ci sia da vedere, capire, studiare, imparare e assorbire sono rimasta spiazzata e mi sono sentita piccola piccola. La cosa che non scrivo nell'altro blog, quello in cui imprimo impressioni e aneddoti dei miei viaggi, è che ci sono stati tanti momenti in cui mi sono sentita ferita dalla mia ignoranza. Ci sono stati momenti in cui mi sono sentita sola e in cui ho pensato che mi mancava avere il culo al sicuro sotto il tetto di casa. Ci sono stati momenti in cui mi sono rimproverata di non aver fatto abbastanza e momenti in cui non ho capito una parola di quello che mi si diceva e ho annuito fingendo di capire e sentendomi una stupida. Ora comunque lo so, che sono momenti normali, grigi e pesanti ma umani, che spettano a ogni viaggiatore, e che alla fine sono proprio quelli, i momenti che mi hanno davvero insegnato qualcosa. Sono stata là fuori a vedere con i miei occhi e sentire addosso che io non so assolutamente nulla. Ora posso dirlo, che le biblioteche, le cineteche, la musica, il teatro sono il nostro girello. Nei nostri primi passi di infanti possono sorreggerci e darci un'idea della prospettiva che avremo, da più in alto, una volta imparato a camminare da soli. Abbiamo bisogno di una buona base per il lavoro che dobbiamo fare su noi stessi e per lavorare sul nostro personale punto di vista sulle cose. E' indispensabile. Ora ho imparato a studiare con fame e gusto, per il piacere intenso di non lasciarmi cogliere impreparata. E ho imparato a smettere di avere la superficialità di credere che leggerne mi toglierà la sorpresa, perchè tra lettere sulla carta (o immagini su di una pellicola), e il vento che spara a raffica sabbia negli occhi, la pelle secca per l'aria rarefatta, il gelo di un'acqua oceanica, i colori e profumi (e le puzze) di un mercato, i visi delle genti provate dalla storia e il fiato che manca, il fisico che arranca e la commozione che poi spunta...no, non c'è paragone.

Acqua piovana, acqua di fonte, acqua di doccia congelata, acqua salata, vino in cartone, champagne di alto livello, spritz della domenica, sangria, succo di frutti maturi africani appena colti, tè alla menta marocchino, succo d'Egitto al mandarino, granita siciliana, birra artigianale del Lesotho che sa di fermento, sugo di polpo gallego, sangue di capra, whisky invecchiati, acqua marrone di cascata, piscio, olio fritto e puzzolente, fango melmoso, sudore, cioccolata calda, lacrime, lava, vasellina, miele, marmellata, linfa d'albero, gomma liquida, mosto, cidro, petrolio, latte, vernice, oro colato.
Sono un secchio vuoto che ha perso la presunzione di ritenere giusta la selezione in entrata. Ogni liquido prende la forma del suo contenitore, lo arricchisce di un valore e lo fa pesare qualcosa più di un semplice secchio vuoto. Ogni liquido. Il valore di un misero secchio di legno consumato non è oggettivo e universale, ma dipende da ciò che contiene e vale per la cultura da cui proviene. E io mi ci prostro, presto me stessa al valore che il popolo che visito ha da dare. Io sono un secchio vuoto e senza coperchio, a volte dritto, a volte capovolto, a volte capottato. Questo sono. In balia.


La mia vita procede tra fasi di euforia e down di totale apatia, con la solita irrequietudine, con il solito bisogno di date di scadenza per sconfiggere la noia, con la solita paura di impegnarmi troppo e il senso di colpa per non farlo mai abbastanza, con l'entusiasmo passeggero e iridescente, le pupille dilatate e l'incostanza permanente, con il sorriso inesauribile di chi non ha visto mai la cattiveria, con il recesso di chi ha scelto di non scendere a compromessi, con la testa sempre da un'altra parte del mondo, con freschi piccoli germogli di passioni da coltivare con perseveranza e con l'insensibilità di chi sa piangere solo per un tramonto che muore e non per le disgrazie umane urlate alla tv.



domenica 4 gennaio 2015

Le confessioni sbronze di un'ira a tratti rubiconda.

Qualcosa mi è scaduto dentro. Allora scrivo. Sono livida d'insonnia e di rancore. Su di me si arrampicano scure mani di cattiveria, invidia, rabbia. Urlano. Stridono come unghie gialle e marce sulla lavagna. Puzzano, di abbandono e di stantio. Non so che centro con queste morse assassine. Questa non sono io. Mi tirano verso il basso, mi appesantiscono, si strusciano su di me mentre io nemmeno lotto. Che pena mi faccio, lì inerme mentre mi lascio conquistare, senza opporre resistenza alcuna. Mi vergogno di me. Di tutti gli obbiettivi lasciati a metà. Non so se l'ansia e l'insonnia siano reali, suggestioni o induzioni chimiche. Sono a disagio con la mia natura, nella mia presunzione, il mio tentativo di farla uscire allo scoperto. Senza un reale motivo che non sia la pigrizia. Forse la vera solitudine non mi si addice.


martedì 30 settembre 2014

Rooibosh

Ho speso due incantesimi e qualche preghiera per la mia ultima causa, che mi è stata svelata solo a fatto compiuto e forse solo quando ho messo nero su bianco la mia insoddisfazione. La voce che sto imparando ad ascoltare mi ha detto che non servo più, quindi bevo roiboosh e controvoglia mi vieto alcuni gesti e pensieri da qualche giorno. Funziona, più o meno.
E' che ci sono cause a cui ti affezioni. Te le prendi a cuore e magari pensi di averle addomesticate. Ma i bimbi non si addomesticano. Se hanno avuto la meraviglia di rimanere bimbi nonostante le rughe e le stempiature, non si lasceranno prendere più. Meraviglia. Meraviglia. Che raggi di luce illuminino quel sentiero ormai limpido e brezze dal nord tengano lontano ogni banco di nebbia, meraviglia.

Poi, finalmente dopo varie peripezie, alzatacce, contratti rinnovati, altri del tutto nuovi, esperienze, soddisfazioni e conferme (alla faccia della crisi i pasticceri bravi sono ancora strarichiesti e pure ben salariati, rendiamograzieaDio. Si me la sto tirando un po', lasciatemi gongolare.) finalmente dicevo sono libera. Libera!

Poi, nonostante ci siano momenti (e persone) che mi dimostrerebbero il contrario, credo qualcuno avesse ragione. Mi affeziono come si fa con i cani, ma dimentico presto, di tutto, di tutti. Tengo compagnia, so essere appagante, amante ma non compagna, amica ma non complice. Che amarezza, il mio cuore non desidera più essere posseduto. Non quanto il mio corpo, perlomeno.

Poi, sto realizzando solo ora. Io devo essere impazzita del tutto.
L'aereo è giovedì notte.
Modalità ansia. ON.



venerdì 26 settembre 2014

Intossicazione.

Tossine di buonumore
aspettano abbandonate sotto pelle l'espulsione.
Focolai di parole dedicate
sprecano il loro tempo nella resistenza.
Insonnie desiderate
portano vanificate ad un'alba prematura.
La ragione osserva ma si finge persa
nasconde se stessa perchè conscia della propria inutilità
dentro un cuore tanto selvatico.
Voli di fantasia dirottati verso aeroporti reali
ma ancora mai atterrati.
Grida camuffate in silenzi innaturali.
Voglie affidate allo scirocco,
come messaggi dentro bottiglie.

La loro magia non dura che un attimo,
fino all'orizzonte.
Anche il mittente se ne scorda,
appena volta le spalle al mare.


(fosse facile, senza poi guardarsi indietro dico.)

mercoledì 24 settembre 2014

Pachamama

Un fiabesco castello deserto diroccato e abbandonato. Una strada strettissima e ripidissima lungo la quale ribes e lamponi ancora fruttano. Una cucciolata di gattini sbuca sopra un vecchio muro a secco nascosto fra i cespugli. Mamma gatta incredibilmente mi permette di avvicinarmi. Forse capisce quello che le dico, parola per parola? O forse solo percepisce un'energia buona. Che immensa tenerezza.

Più su sugli alberi il segno di una goccia da seguire. E noi come pollicino.
(Chiudi gli occhi)
Il profumo è di muschi e corteccia.
Il rumore è di silenzio, di foglie secche, di rami che scricchiolano, di vento che muove e sussurra. 
I colori sono il verde vivo e il marrone, timidi iniziano anche i rossi, gli aranci, i gialli.
Devi perdere la strada, spingere il cuore in gola e il respiro all'affanno, scivolare sulle melme, dar nomi inventati ai funghi, e ancora girare in tondo, devi aver lasciato la piantina in macchina perchè a te piace così anche se poi puntualmente finisci per imprecare contro te stesso, devi sapere che qui ci sono gli orsi ma in realtà a te fan più paura le salamandre. Devi essere stremato sudato ed infastidito quando arrivi sulla cima dell'agognato cucuzzolo. Ma una volta lì devi riempirti gli occhi del panorama e poi subito senza nemmeno prendere fiato stenderti panciasotto per terra, sulla terra, spalmato a terra, con le braccia spalancate lì come uno bimbo ad abbracciarla la Terra. 

Ecco. Succede che lì steso tutto sporco e umidiccio percepisci una sorta di potente abbraccio materno di ritorno, che calma il nervoso, placa il respiro e ti riempie di gratitudine, una cosa enorme. Lo senti, sei parte del tutto e la cosa ti si palesa davanti con tale naturalezza che ti senti spaesato. No, è indescrivibile. Nemmeno tento. 


Ci sono poche altre volte in cui mi sono sentita così viva. 
E di base, io viva mi ci sento sempre parecchio.

Sono cose che si devono provare,
Se penso a quanti morti viventi si vedono in giro, malati di pudori e cecità.
A peso dovrebbero portarceli, sul cucuzzolo.

lunedì 22 settembre 2014

Coccole.

Fluidi scrosci, liquidi eco amplificati dall'altezza dei soffitti, cotonati dalla profondità dell'acqua, acqua naturalmente calda. Assorbo il calore della terra, come sirena scivolo, respiro al contrario in un mondo senza gravità, mentre giochi di bolle mescolanze di arie e acque si insinuano nelle mie insenature. Gocce sudate di rugiada rivolano fra i miei avvallamenti, la pelle su legno bollette, l'aria secca e rovente, profumi di erbe ed oli essenziali di limoni arance e pompelmi. Il calore mi spalma addosso una lieve ebrezza. Giochi d'acqua si gettano sul mio corpo da ogni direzione. Ascolto il mio respiro dentro la testa. Il piacere è potente, forte, ma lento, tantrico, alleggerisce la mente e la addormenta. Dentro il pensiero come mare calmo e piatto, fuori il corpo come in balia di un mare burrascoso. Gli occhi chiusi, i sensi assopiti, mi abbandono in un saffico scambio di ruoli con la Dea Acqua. Il suo abbraccio è caldo, sulfureo, strasbordante. Mi sento sopraffatta, i suoi movimenti come quelli di un amante guidano, assecondano e poi si impongono, carezzano e poi affondano, sbattono, cullano, riempiono. Svuotano di ogni male e riempiono con il seme di una sfacciata serenità. Pienezza dei sensi. Quanta bellezza.

Per farti passare il singhiozzo ti serve un'emozione.

Il Dio Sole fa capolino dalla coltre grigia e disegna il cielo di azzurri e bianchi marmorizzati, il calore della sua carezza ci costringe
a spogliarci. Salite ripide e mozzafiato mozzano appunto il fiato, ma panorami d'alpe di confine, cascate flebili, fiumi impetuosi e pieni zeppi stracolmi di luci e riflessi riempiono gli occhi e il cuore stanco di monotonia. Brillano tanto che non pare vero, sotto il nostro respiro affannato. Ossigeno e pace si insinuano nella mia anima agitata. La malga di un amico, vitellini nati ieri dallo spirito selvaggio, cercano la libertà fuori dai recinti di pascoli verdi verdissimi e scoscesi. Non lo dico a nessuno, ma tifo per loro. Tifo sempre per i curiosi ribelli io. Cibo di casa, aria di casa, nuovi amici montanari e ci siamo davvero, a casa. Uno di loro ha un'avventura in nepal da raccontare. Ascolto, mi perdo, mi innamoro per qualche minuto. Distillati e frutti sotto spirito di ogni tipo. Ah beh, ci rotoliamo ora, giù per quella salita. Pioggia di montagna, ma a noi che ci frega. Pisolini etilici fra piumoni candidi. Una sperduta festa di confine con fieno sotto i piedi e spaventapasseri alle pareti, la musica è eccezionale, fisarmonica e sax, gummibearen nel mio drink, risate, giovani gentiluomini, purezza, genuinità. Tre paesi in 8 ore e non siamo nemmeno ancora arrivate.

giovedì 18 settembre 2014

E' solo letteratura. (cit.)

Ero rannicchiata su di uno scalino nel fresco di una sera di fine estate. Avevo lasciato cadere nel silenzio uno dei nostri discorsi campati in aria. Quanti ne abbiam piantati negli anni, eh? Tu mi hai preso il mento fra pollice e indice e mi hai costretta nei tuoi occhi. Mi hai fatto una domanda, 4 parole. E tu magari pensi che io a distanza di giorni me le sia dimenticate, che le abbia affogate in quella unta tisana al tiglio, che abbia lasciato al vento il loro rimbombo? Si. Maledettame. Maledettote. Perchè avevamo smesso di rispettarci? Smesso di adorarci? Smesso di rinnovarci? Perchè? Lo ricordi almeno tu? Noi non ci siamo amati mai, però abbiamo provato tutto il resto. Se questo non basta a definire la vera completezza, non saprei. Cosa manca allora? Perchè quello che manca è enorme, eppure invisibile ai nostri occhi. Tradiremmo il nostro vero essere. Magari a 80 anni, quando sarò una vecchia zitella gattara, allora si, promesso.

***

Giallo pazzia, giallo gelosia, giallo agonia, giallo luce di lampione, giallo magone, giallo fuoco fioco, giallo giraffa, giallo caraffa, giallo limone maturo, giallo ottuso, gialla la luna dentro la stalla. Gialle queste pareti di clinica privata. Cornicioni blu si assottigliano agli angoli dei corridoi. Sembrano indicare una via. Ma dove dovremo mai andare? Vicino vociano goffe scurrilità, di fronte a me una coppia di solari sorridenti siciliani. Sorrido loro rassicurante. Lui smette di tamburellare il piede a terra. Funziona.
È che questi luoghi sono così inospitali. Come le aule di una vecchia palafitta da cui sono prematuramente fuggita. Sono questi i luoghi che ospitano i primi zampilli dei miei colpi di testa.
...
Meglio che spenga il cervello. Zitto. Non blaterare, nemmeno un sibilo. Taci.
Questo spirito deve riposare.

È che non si guarisce, dalla curiosità.

(mentivo)


martedì 16 settembre 2014

Ra ma da sa sa sey so hung

Perché qualcuno ne ha bisogno.

Mh.

4 ore per trovare un taccuino di viaggio.
Mi si incrociano gli occhi e ancora non l'ho trovato.
La principessa sul pisello sono.
Mica mi basta un moleskine omologato nero qualsiasi.
Diosantissimo.


domenica 14 settembre 2014

Peach-beach-bitch-witch.

Il graffio di un gatto
tradisce l'ammaliante tenerezza del suo polpastrello rosa.
Come serpente incantato
io vittima di musicanti e forme d'arte.
Mi dipingo la faccia
come circense
di tramonti color pesca
ed espressioni da singhiozzo.
Lo spavento è ruvido, ma d'obbligo.
Progetti come impronte
bagnasciuga autunnale che li fonde.
Castelli emersi senza terra nè re.
In aria, li chiamano.
C'è un segreto incustodito,
miriadi di castelli di sabbia
dormono ancora silenziosi e scomposti sui fondali oceanici.
Alla concretezza di colori ed emozioni
il tangibile invece sfugge
come paradosso.
Rimbombo di vecchi piacevoli tormenti,
candore dentro al masochismo
sono utopie ansimanti di nostalgia.
Frivolo il desiderio
confusa la motivazione
nascondo a me stessa il mio secondo fine.


venerdì 12 settembre 2014

Pffff. (Sbuffo)

La partenza è rimandata. Al 3 ottobre, non certo a data da destinarsi. Significa solo che prenderò più freddo e pioggia del previsto. Non facciamo moralismi. Ovvio che sono felice. Cioè. Ovvio che dovrei essere felice. O meglio, felice lo è soprattutto il mio conto in banca, e anche il mio fascicolo previdenziale. Io in realtà avevo altri progetti per la mia felicità. Ma si prende quel che viene, in questo caso. Sono i compromessi dell'adultezza. Adultità. Com'è che si dice? Del diventare grandi, insomma.
Cmq.
Anche se significasse partire a dicembre, io non mollo. Quello zaino è già pieno e pronto, basta metterlo in spalla e prenderà vita. E poi si, comunque, è l'unica via percorribile. Pioggia o non pioggia, non è che io abbia molta scelta per la sopravvivenza del mio irruento spirito da mitigata gitana.

Lui non passa più di qui, lo sento. Quindi posso anche smetterla. Di ossessionarmi. Di ghirigoreggiare. Di sprecarmi, fondamentalmente. Ho decido di dedicarmi anche a questa passione in modo serio, sono strafottente. Beh, me ne strafotto. (perdonate l'allegoria, era solo un gioco di parole. Di solito non sono così scurrile.)

Lo cancellerò, domani mattina, questo post. E di solito lo faccio davvero, qualche ora dopo, mentre magari faccio colazione con i miei kellogs extra nello yogurt intero e il caffè nero con un cucchiaino di zucchero. Stasera ho bevuto qualcosa di troppo, in compagnia di un amico di troppo, in un sentimento che per ora mi è di troppo, ma a cui forse con il tempo mi abituerò.

La codeina ora mi anestetizza la gola e non solo quella.
Ma che diavolo ho scritto, poi? Il paradiso è creazione di questo mondo. L'inferno è creazione di questo mondo. E allora quando si muore, dove si va? Si rimane qui, esattamente dove si era?

Buonanotte, mondo tacito e taciuto, maledettamente zitto, assordante. Sshhh.

lunedì 8 settembre 2014

"I cimiteri sono pieni anche di eroi."

Io sono montagna, sono roccia, silenziosa, mansueta, irremovibile. Si inondano in alto i miei verdi pascoli, trasudano fango giù per le mie pendici. Cascate d'acqua rigolano fra le mie pieghe in un conciliante quanto innocuo scroscio. Il tempo lentamente mi modella. Vento e pioggia e ghiaccio e mare erodono le mie pareti e mi plasmano secondo le leggi della natura. Ma nelle mie gole e nei miei inferi nessuno ha avuto mai accesso. Quei luoghi sono il risultato inaccessibile delle storia delle mie rocce, strato dopo strato, vulcani, falde limpide e incontaminate, terremoti, spaccature, lava ancora incandescente, metalli preziosi e umile carbone. Al di fuori, tutto l'inutile scivola giù, accompagnato senza troppa grazia dall'invincibile forza della gravità. Io sto a guardarlo cadere, compiaciuta di non essermi lasciata scalpellare dalla delinquenza morale di piogge e situazioni acide, casomai solo carezzare per imparare a sentirne l'odore e scansarmi, la prossima volta. Accetto solo le influenze costruttive. Il resto me lo lascio scivolare addosso come acqua sporca.



martedì 2 settembre 2014

Para bailar la bamba se necesita una poca de gracia.

La bamba.
Balli con me? No, honey.
L'ultimo me l'ha spalmata addosso alle due di un caldissimo pomeriggio di Ibiza, era l'apertura dell'Ushuaia, io avevo un costume rosso e lui si è limitato a sniffarmi l'incavo fra i seni. Il resto mi è rimasto addosso e me lo sono lavato via nello schiuma party. Io mi sono fatta solo di pessimi mojito. La festa è andata avanti per 18 ore e io non ho tenuto botta. Lui si, ovviamente. Ottima location comunque.

Gli unici stupefacenti che riconosco sono autoprodotti. Adrenalina, endorfina, estrogeni, DMT. Sul comodino ho pillole di melatonina, ma è perchè sono orfana della ghiandola madre. Volevano togliermela e non ci son riusciti, quindi l'hanno solo tichignata, comunque l'hanno disturbata. Per il mio bene, certo. Fatto sta che s'è inceppata. Ora mi impasticco, ma mica me la son voluta.

Pecco di cinismo. Ermetica che metà basta. Dorme, la mia dolcezza.
Mi scontro un po' col mondo reale, ci sono minuti in queste giornate in cui apro gli occhi sulla finestra della banalità. Mi sento leggermente comune. Penso a tratti che l'avventura che sto per intraprendere sia un fuggire, piuttosto che un consapevole guadagnare. Poi mi passa. Ci rido. A tratti ritorna. Mi nauseo. Ma nemmeno troppo. Ora che ci penso mi succede lo stesso con il sesso, il troppo e il troppo poco. Ma lo so. E' il ripensamento che precede ogni grande cambiamento. Sono umana anch'io, mi consolo. E' che io conosco la portata dell'effetto che ha quello che sto per fare. E sono impazientemente spaventata. E poi sai anche cosa? Sono disturbata dal rumore (in ordine decrescente) di un'astratta mancanza, di una piccola frustrazione, di una comprovata decennale assenza e di formativi progetti che per ora possono rimanere solo tali.

Ecco.
Confido nell'impermanenza.



lunedì 1 settembre 2014

A te ti sono cresciuti i denti del giudizio?

A me no.

E' che io c'ho talmente tanto spazio nella mia bocca affamata, che quando mi cresceranno comunque nella mia fame io non ci starò stretta.

domenica 31 agosto 2014

Dell'insensibilità.

Uno manca di rispetto alla mia intelligenza.
L'altro alla mia femminilità.

Abbiamo due, ben due uomini morti.
Due piccioni con una fava. O meglio, due fave con un piccione.
(...)

Volate via, energie negative.
Volate via, piccioni irrispettosi!
Ah, che guadagnata leggerezza.

mercoledì 27 agosto 2014

"Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi solo i sogni che non fanno svegliare?"



Voglio ritrovare il giusto ritmo per il mio respiro
scottare la vecchia pelle sotto il sole per poi lasciarla cadere
lavarmi della superficialità
perdermi in posti che non conosco
voglio non sapere che ora è
voglio essere solo quello che sono nel presente
non avere passato, nè nome, nè reputazione
voglio rigoli di sudore a ricordarmi i miei limiti
e saper ringraziare per la brezza fresca che li asciugherà, sulla cima di ogni interminabile salita
voglio colori, sapori, odori a forzare i miei sensi
voglio che mi si sbatta in faccia con arroganza la consapevolezza della fortuna di essere viva
voglio sentirmi minuscola, infinitesimale parte di una natura enorme, protettiva madre, gigante, spettacolare
voglio la semplicità del ristoro dei piedi nudi su di erba fresca
voglio ricordarmi la dolce meraviglia dell'umanità
e sentire il calore dell'ospitalità e dell'aiuto che sà offrire, in cambio solo di un sorriso stanco e sincero
non voglio confondermi tra ciò che è utile e ciò che è essenziale
voglio lasciare impronte sul mio passaggio
e rispettare qualsiasi cosa abbia sostenuto il mio peso anche solo per un istante
voglio staccare acini d'uva con la bocca direttamente dalla vigna, in punta di piedi sotto i filari
voglio ricordarmi come si fa a farmi bastare solo quello che ho
voglio tenere fiori di campo nei capelli, una spiga in bocca e il vento di salsedine addosso
voglio i dolori che merito, se serviranno a pagare il male che posso aver fatto
voglio lasciar così tanto spazio ai miei pensieri per urlare nel silenzio e nella solitudine
che poi non avranno più voce per disturbarmi, e nemmeno più niente da dire
e la testa sarà vuota, vuota, vuota.

E avrà fecondo spazio per riempirsi, riempirsi di paesaggi meravigliosi, nuovi ricordi, musiche, mescolanze, conoscenze.
Io parto, e non torno. Quella che tornerà al mio posto? Ancora non conosco le sue sfumature.

lunedì 25 agosto 2014

Quando sarò grande, voglio essere un artista.

#ricordo

Una mamma con un bimbo di tre anni occhialuto e paffuto si affaccia alla vetrina, io sono lì dietro per sbaglio a sistemare della biscotteria, invece che dietro le quinte in laboratorio. Quella mamma un po' timida osserva la mia divisa, anche un po' sporca e consumata dal lavoro, e approfitta per chiedermi a chi si può rivolgere per le torte di ordinazione. "Direttamente a me signora, di solito me ne occupo io." Sorrido, ed esco da dietro il bancone. Quel bimbo paffuto tiene la mano alla sua mamma e mi guarda. Io con lei decido gusti, dettagli, precisazioni. Giacomo mi fissa. E dopo qualche minuto si fa coraggio e dal basso mi tira il grembiule.
"Signora, a me piacciono gli insetti. Fammi una torta con gli insetti."
La mamma ride. "Lascia stare Giacomo, buono su!"
Io annuisco e mi chino sulle ginocchia, "ti piacciono gli insetti? e che insetti ci mettiamo?"
"Tutti! Tutti! I ragni le mosche le formiche!!!" si annebbia, poi si fa serio "...però le farfalle no, che sono da femmina."
"Ok. Giusto. E le coccinelle, ti piacciono le coccinelle?"
guarda la mamma, poi me. E' dubbioso.
"Mh. A te signora ti piacciono le coccinelle?"
"Si che mi piacciono le coccinelle! Guarda, ne ho proprio qui una che porto sempre con me.Vedi?" Gli mosto il tatuaggio dietro l'orecchio.
"Guarda mamma guarda mamma!! Ma è un disegno?" lo tocca per accertarsi che non sia viva. "Allora si mi piacciono anche a me le coccinelle."
Ecco. Straordinari per disegnare insetti di cioccolato da piantare e animare sulla torta, paesaggi di sottobosco, eserciti di formiche e panciuti ragni di cioccolato, fragolcoccinelle e liquirizie per lombrichi.

E' quando la mamma al momento di ritirare la torta si commuove, mi fa chiamare e mi abbraccia nonostante la farina e il cioccolato sparso che ho addosso, che capisco di aver compiuto la mia missione. 

E poi ancora mi chiedono chi me lo fa fare, di alzarmi alle 3, di farmi il culo ore su ore, di sottomettermi a gavette nonnismi e gerarchie, di non sentirmi mai all'altezza perchè c'è troppo da imparare e ce ne sarà sempre, di fare un lavoro pesante quando potrei preferire una scrivania.

Il risultato del mio lavoro prende il suo senso nel viso delle persone. Meravigliosa piena soddisfazione. L'emozione e l'onore di poter rendere ancora più speciale un momento speciale. Ecco cos'è.



domenica 24 agosto 2014

Dolce Mariposa.

Ci sono canzoni in grado di tranquillizzarmi sempre. Casa vuota, stesa sul letto, luce socchiusa, cuffie nelle orecchie. Che il percorso a volte s'intoppa non fila liscio le rose e i fiori stanno solo nei vasi e pure si additivano con fialette di conservante dissciolte nell'acqua 10ml ogni 3 giorni, e allora mi viene da piantare i piedi a terra mettere il broncio piangere e fare i capricci, adesso ho deciso sto ferma qui per un po', poco m'importa se il mondo continua a girare. Io mi prendo delle ore, indefinito numero di ore da sottrarre al sonno, e mi fermo. Fisso il vuoto, dal negativo mi svuoto. Poi come nulla, riparto come nuova. Dall'inizio alla fine senza quasi respirare, tutta d'un fiato a memoria.

"Bella come un tondo grande come il mondo calda di scirocco e fresca come tramontana tu come la fortuna tu così opportuna mentre t'allontani stai con me forever! bella come un'armonia come l'allegria come la mia nonna in una foto da ragazza come una poesia o madonna mia come la realtà che incontra la mia fantasia. Bellaaaaa!" 
Cmq.
Nello stesso album, La linea d'ombra.
T'ho pensato. Ascòltatela, elefante.

venerdì 22 agosto 2014

Dolori sparsi.

Un mal di testa che mi sfianca accompagna quel momento che doveva arrivare.
Prima godo felice di buon vino e piatti dai profumi mediterranei cresciuti nel nostro orto, in un tavola imbandita di chiacchiere cordiali e calorose. Poi sento di avvocati, parcelle da pagare e infine vedo. Vedo, perchè mi capita davanti agli occhi per errore, un'immagine maledettamente cruda. Maledettamente. Predominanza di verde. Non può che essere delle lenzuola del suo appartamento. C'è qualcuno di troppo, in quel verde. Cruda, crudele, cruenta. Maledettamente cruenta. Almeno agli occhi di una figlia innamorata dell'idea di famiglia. Maledettamente innamorata. L'ingenuità e la pessima leggerezza di una donna che amo, ma che è stata spesso protagonista e causa di sofferenze soffocate e scritti violenti, urlati, sgolati. Quanta vita mi hai dato, quante lacrime mi hai asciugato e quante invece mi hai strappato. Anche stasera.

Si che l'ho messo il faccino finto, quello grazioso e raffinato. Sono brava quando si tratta di fingere. Maledettamente brava. E impassibile, come non avessi visto nulla. Che poi. "Dio quanto sei dimagrita. Non credevo avresti avuto la forza di volontà."
Pure. Ecco. Sentiti ringraziamenti per la fiducia.
E per avermi dimostrato che se sono una farfallina, da qualcuno l'ho sicuro preso.

Madiosanto. Che male fa? Stringe che mi si contorce il ventre, si crepano le budella ed esce linfa vitale, fertile linfa vitale che non voglio sprecare. Fanculo.


giovedì 21 agosto 2014

domenica 17 agosto 2014

Distance was a friend of mine.

Fino a un paio di mesi fa avevo sempre con me una scatoletta colma di valide scuse, avvolta in un fazzolettino rosa di cotone, con un bel fiocchetto innocente, la portavo con me in borsetta e la aprivo al bisogno, senza tanti timori. Che tanto io me ne dovevo sempre ripartire di lì a un paio di mesi, che tanto io avevo la valigia sempre in mano, che tanto io tempo libero non ne avevo. E così ero scusata, capita, la mia coscienza era pulita, il mio senso di colpa candido e illibato. E mi evitavo la scomodità della verità, dei "no è che non mi piaci, non mi stupisci, non mi tiri scema, non mi impressioni, non sento nulla, non fremo quando il telefono suona, le farfalle nello stomaco sono ancora crisalidi, è tempo sprecato". Devo imparare. Non sono ancora capace di gestire rapporti umani a lungo termine. Ero tutta intensità immediate e tempi determinati. Intensità fortissime. Termini definitissimi. Devo imparare.
Perchè la scatoletta magica adesso l'ho buttata insieme agli scatoloni. Perchè il limbo non lo merita nessuno. 
Quale enorme sbrilluccicante tesoro sto sprecando. Prezioso, premuroso, puro. 
E chi glielo dice ora.

Che noi irrequieti ci innamoriamo solo fra simili. Che ci tormentiamo solo con gli instabili. Che ci piace struggerci, affogare nella malinconia, mancarci fino a farci male con il solo scopo di amplificare il sorriso nel reincontrarci, urlarci addosso fino a piangere per poi fare l'amore con la portata di un uragano, ubriacarci di chiacchiere sul senso dell'universo, inscenare tesi assurde e litigarci, per difenderle, far l'amore con l'intelletto, con gli occhi, con le mani, ascoltare per ore il respiro e trovarci dentro Dio e il senso di ogni cosa.
Che come singoli abbiamo sempre bisogno di scusarla, la nostra irrequietudine. Al mondo, a noi stessi. Quale miglior modo se non nasconderla dentro l'irrequietudine di qualcun'altro? Uno che ci sia simile, e che sia un perfetto cofanetto dove riporre i nostri scleri, ben piegati, innamorati, romantici, sognanti, sceneggiati. Se questo scambio riesce ad essere reciproco e speculare, se ne conferma la tesi, due segni simili che si scontrano si annullano. Bang! E poi il silenzio, la pace, la quiete. Shhh.
Ed è quando si zittisce il frastuono dell'irrequietudine che possiamo sentire, fievole e sottile, la voce della serenità farsi piano strada nei nostri sensi. 

Noi irrequieti, ci innamoriamo solo fra simili. 
Il miglior uomo sulla faccia della terra non meriterà mai le mie attenzioni.
Perchè non è un pazzo irrequieto melodrammatico instabile svitato artista schizzato.
E sta cosa, io devo in qualche modo fargliela sapere.

...ma il mio cofanetto, quindi, dov'è?
Io ne ho uno vuoto, bello eh. Cioè, confortevole. Ha l'aspetto di una valigia di cartone da migrante, ma dentro l'ho arredato bene, ci sono cuscini di seta, il fumo di qualche incenso e pareti intarsiate con legni di cedro ed ebano, per onor del vero di seconda mano, presi al mercatino delle pulci. Umili, ma profumati di vissuto e di storia. Garantito. Cerco (o meglio pazientemente aspetto), affittuario per scambio mq 0,2. Più o meno la grandezza del mio cuoricino bacato.